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CINEMA E FUMETTO



Il Manifesto del film

“Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro”
L’arte della plastilina animata
Recensione di Osvaldo Contenti

Dopo il successo planetario dell’esilarante “Galline in fuga” Nick Park, assieme a Steve Box, torna a firmare la regia delle sue amate creature di plastilina in “Wallace & Gromit: la maledizione del coniglio mannaro” (titolo orig. Wallace & Gromit: the curse of the were-rabbit) per una pellicola che ha già meritato la nomination agli Oscar come miglior film d’animazione.
Un successo annunciato, quindi, ma che Park, non venendo meno alla sue uscite scanzonate, presenta ironicamente come: “il primo horror vegetariano del mondo”. Sì, perché in questo film è la Fiera dell’Ortaggio Gigante a catalizzare l’attenzione di una vasta serie di personaggi e, in particolare, di un tale “coniglio mannaro” volutamente ispirato ai film della Universal.

L’originale miscela tra horror è humor (davvero molto anglosassone) esplode in gag simpaticissime non solo relative a Wallace (patito per il formaggio) e il suo assennato cane Gromit, ma anche per una Lady Tottington oltremodo chic e il suo spasimante Victor Quartermaine che più snob non si può. Un quartetto che ci riporta ad un umorismo d’altri tempi, perché divertente ma mai volgare, teso a disegnare dei profili certamente satirici, ma senza l’ausilio ormai stereotipato di un turpiloquio fine a se stesso. Un film davvero per tutta la famiglia, quindi, dove i più piccini rideranno per le scene più spiritose e i più grandi anche “leggendo tra le righe” dei personaggi più spocchiosi.
 

Risate e percorsi morali a parte, però, ciò che crea i presupposti di tanta ilarità e partecipazione emotiva è la strepitosa tecnica della plastilina animata che in questo film raggiunge vertici mai visti prima. Il merito di questi risultati va attribuito in primis ai creatori dei modelli, cioè a Jan Sanger (capo dipartimento della Aardman) che assieme al suo team ha creato, disegnato e dipinto a mano i pupazzi di plastilina non solo dei personaggi principali ma di tutta la popolazione che ruota attorno alle vicende di Wallace e Gromit. Quella usata dal team Sanger è una particolare miscela di plastilina, soprannominata “Aard-mix”, che ha la qualità di essere più duratura di quella usuale.

    

 
Una scena del film

Completati i modelli in plastilina, il lavoro è passato nelle mani di 30 animatori capitanati dal supervisore dell’animazione Loyde Price.



Una scena del film


Una scena del film

La tecnica stop-motion, fotogramma per fotogramma, è quella che ha regolato i movimenti di tutti gli 85 minuti di questo faticosissimo lavoro assolutamente artigianale. Basti dire, infatti, che 30 set dislocati in diversi ambiti potevano produrre un massimo di 10 secondi di animazioni ultimate. Un lavoro da certosino che molte volte andava letteralmente “rimodellato”, perché dopo un dato movimento l’armatura interna di un pupazzo poteva cedere o perché un corpo di plastilina dopo una flessione poteva presentare troppe impronte di dita. Impronte digitali certamente visibili anche in molte scene ultimate, che però non vanno considerate un difetto ma un pregio di un film davvero “lavorato a mano”.

Come ultima fase, vista l’impossibilità di creare effetti nebbia, acqua, polvere o simili con la plastilina, il film di Nick Park ha fatto uso anche dell’animazione computerizzata rivolgendosi alla The Moving Picture Company (MPC). Ma nella scena in cui i conigli fluttuano nella macchina “Burn-Vac 6000”, Jason Wen, animatore capo della MPC, per far assomigliare i conigli computerizzati a quelli di plastilina ha fatto sì che i responsabili degli effetti visivi rendessero la ruvidezza dei modelli originali creando un “effetto plastilina” che ha sorpreso anche il reparto dei modellatori. Una perfetta interazione fra tecniche artigianali e digitali che è la vera cifra di un capolavoro che salda la tradizione all’innovazione.

(Immagini autorizzate dall’ufficio stampa)


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