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CINEMA E PITTURA

"Le valigie di Tulse Luper" di Peter Greenway
Filmopitture a tecnica mista nella prima parte della trilogia
di Osvaldo Contenti * 

Peter Greenway, prima che un filmaker di successo (consacrato come tale nell'82 per lo splendido "I misteri del giardino di Compton House"), è un artista che partendo da una formazione pittorica classica ha successivamente dato vita ad un geniale percorso poliedrico che ora lo vede autore di installazioni, spettacoli-evento nei principali musei internazionali, nonché prolifico facitore di racconti e cortometraggi naturalistici che solo dal '66 ne hanno segnato l'approdo al cinema.


Immagine da "Tulse Luper"



Immagine da "Tulse Luper"

Un artista a 360 gradi, insomma, a cui mal si adattano le tipologie che siamo soliti applicare a qualsiasi altro regista cinematografico. Poiché egli è solito misurarsi in ciascuna singola attività creativa assommando l'esperienza accumulata in tutte le altre. Prova ne sia, che, presentando "Le valigie di Tulse Luper", Greenway stesso, in una sorta di manifesto di intenti, ha scritto: "Voglio riuscire a recuperare il modo di manipolare il mondo che è proprio del pittore. 

Sento che ora il cinema si trova nella situazione migliore per cambiare il proprio carattere, per allontanarsi da tutte quelle caratteristiche realistiche che sono molto rigidamente fissate, nell'attività cinematografica tradizionale, in quella che definirei essenzialmente l'illustrazione del romanzo ottocentesco. In una certa maniera il prologo del cinema è finito, e noi ora possiamo veramente cominciare".
Parole importanti, che vorremmo sentir pronunciare più spesso nel campo della celluloide. Ma altri autori avranno il coraggio di seguire questo input rivoluzionario? Lasciamo l'interrogativo in sospeso (perché suona quasi come una provocatoria domanda retorica, anche se non lo è) e andiamo invece ad esaminare in che cosa, effettivamente, Greenway in questo nuovo film ha cercato di menare fendenti di pennello con la macchina da presa. In tal senso, c'è subito da dire che la pellicola si potrebbe definire "a tecnica mista", come quando un pittore, ad esempio, utilizza l'acrilico, i pastelli e i materiali di risulta in uno stesso pannello.


Immagine da "Tulse Luper"

Immagine da "Tulse Luper"

Tenendo per buona l'analogia, direi che l'acrilico nel film di Greenway si adatta, per la sua velocità di esecuzione, ai ritmi spesso rapidi del racconto (addensati anche in scansioni di più immagini presenti nello schermo), in cui Tulse Luper (alter-ego del regista, per sua stessa ammissione) solca a grandi balzi le pagine private o pubbliche di una sorta di metafora del XX secolo. Che nella prima parte di questa trilogia parte nel 1922 da Newport, nel Galles, passando per lo stato americano dello Utah del 1934, arrivando, nel '38, nella città belga di Antwerp alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. Tulse, in questo vagare tra un decennio e l'altro e tra società assai differenti tra loro, avrà come costanti le prigionie in questi diversi posti e le sue valigie via via piene degli oggetti più disparati, come il carbone per scrivere sulle pareti delle celle o dei colori per disegnare, che in qualche modo costituiranno sempre il suo anelito alla libertà e all'espressività. In questi frangenti, Greenway è un vero maestro nel sottolineare le fantasie di Tulse con pitture che si autocompongono sulle pareti mentre i vari accadimenti svolgono il loro corso. Questa, è quella che nell'analogia precedente trovo più simile alla "tecnica del pastello". Perché mai invasiva dal punto di vista tonale come a quello spaziale, anzi spesso appena accennata e sempre situata sullo sfondo dei personaggi, come ad avvolgerli entro soffuse immagini simboliche atte a rafforzare una sensazione o un ricordo. Da ultimo, il "materiale di risulta" somiglia molto a quello manipolato nella Pop Art: oggetti di uso comune, o scarti, che nel caso dei pezzi di carbone divengono simbolicamente le montagne solcate da Tulse, dove il ragazzo si aggira con la passione di raccogliere, di analizzare e catalogare. In altre parole le tre icone-guida dell'eterno ragazzo di nome Peter Greenway.

(Immagini autorizzate dall’ufficio stampa)

* Osvaldo Contenti è autore assieme a Renzo Rossellini del volume "Chat room Roberto Rossellini", Luca Sossella editore, pagine 160, euro 15
> Web site Osvaldo Contenti Digital Art: http://utenti.lycos.it/osvaldocontenti/

di Osvaldo CONTENTI 
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