|

Il manifesto del film USA
|
|
Stavolta le critiche migliori al film
La Passione di Cristo (titolo orig. The Passion of the Christ) di
Mel Gibson non sono scaturite dalle penne giornalistiche più accreditate, ma, fatto inedito, proprio dai maggiori esponenti della Chiesa Cattolica, dai quali invece si poteva temere una stroncatura che ovviamente avrebbe pesato non poco sulla credibilità e quindi sul successo e la distribuzione della pellicola. Invece, a partire dal giudizio del Santo Padre
Giovanni Paolo II, che vedendo il film al Vaticano avrebbe esclamato: "E' proprio come avvenne in realtà!" (dichiarazione che ha fatto il giro del mondo, ma in seguito non data per certa), altri esponenti del clero cattolico hanno espresso pubblicamente, in questi casi inequivocabilmente, il loro entusiastico giudizio sull'opera. Come quello del cardinale Dario Castrillón Hoyos, addirittura commovente e implicitamente autocritico nel dichiarare: "Sono pronto a scambiare tutte le mie omelie sulla passione di Gesù con una sola scena del film di Mel Gibson". O quello, più eloquente, del sottosegretario della congregazione per la dottrina della fede, l'americano
Joseph Augustine Di Noia, categorico nell'asserire che: "The Passion non è incomprensibile perché recitato in aramaico e in latino: la sua eloquenza è tutta nelle immagini, come i capolavori di
Michelangelo o del Caravaggio che non hanno bisogno di traduzioni".
|
|
Una dichiarazione che sottoscrivo nella sua interezza e che mi dà la giusta stura per redigere un articolo in cui intendo analizzare proprio le possibili attinenze tra la strepitosa opera filmica di Mel Gibson (che va ad unirsi a pieno merito ai capolavori di
Rossellini, Pasolini e Scorsese sulla vita di Gesù) e l'iconografia pittorica relativa alla Passione, al Calvario e alla Crocifissione di Cristo.
A questo proposito, va subito detto che la netta dichiarazione di Di Noia mette definitivamente nel cassetto il pensiero di
Sant'Agostino che considerava la pittura superflua e pericolosa. Una conclusione draconiana che oggi non va ricordata e criticata negativamente per pura dietrologia, ma perché per secoli condizionò committenti e artisti sui presunti pericoli dell'iconolatria (il rischio di ridurre le icone a idoli), lasciando ai pittori, anche a quelli più grandi, un margine di espressione creativa ristrettissima. Ecco perché, spesso, osservando i dipinti a tema religioso di
Cimabue e Giotto, arrivando sino a Raffaello, a parte lo stile si ha la sensazione di vedere la medesima opera, per non parlare del manierismo degli artisti minori.
Sarà Michelangelo Buonarroti a dare un senso di Liberazione, non solo alle sue figure, ma al concetto stesso di arte disaggregata dai preconcetti, dalle gabbie dottrinarie, dando medesimo corpo scultoreo sia al Divino che all'Uomo Rinascimentale, facendo intendere che uno è carne imprescindibile dell'altro. Ma tale rivoluzione risulterà definitiva solo con l'opera di
Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. "Un perfetto Direttore della Fotografia per la sua capacità di dipingere con la luce, proprio come si fa nel cinema", come anni fa ebbe a dirmi
Vittorio Storaro in una conversazione che verteva proprio sul tema del connubio, per noi inscindibile, tra arte pittorica e arte cinematografica. Da quella conversazione trassi la conferma che la rivoluzione
caravaggesca, per il tramite dell'utilizzo meditato delle fonti di luce e per la risolta questione tra realtà e idealità che nel Merisi si fondono, fungeva da base teorica anche per tutti gli artisti contemporanei, compresi i più sensibili autori cinematografici e i più avveduti direttori della fotografia. Da questo punto di vista, direi che Mel Gibson ha concentrato in
The Passion tutti i principali insegnamenti di
Caravaggio: metodo, arditezza e libertà espressiva. Come si può notare nel primo abbinamento di immagini presenti in questa pagina che evidenzia un concreto parallelismo tra una scena del film di Gibson e la
Coronazione di spine dipinta dal Merisi nel 1602. 
Una scena del film e l'opera "Coronazione di
spine" del Caravaggio
Un divario di più di quattrocento anni di distanza tra un'opera e l'altra, che però come denominatore comune mostra la violenza degli aguzzini su un Gesù inerte, perché convinto del sacrificio da compiere in nome e per tutta l'umanità. Nella seconda coppia di immagini, invece, il Calvario proposto nel film è correlato ad un'opera scultorea di
Beniamino Simoni, parte integrante delle stazioni della cosiddetta
Via Crucis di Cerveno (1752-61). Stazioni in cui il volto del Cristo acuisce i tratti fisiognomici della sofferenza mano a mano che il Messia cade più volte sotto il peso della croce, proprio come vediamo in
The Passion. 
Una scena del film e l'opera "Via Crucis di
Cerveno" di Beniamino Simoni
Infine, come terzo abbinamento, accanto alla scena della
Crocifissione tratta dal film vediamo l'opera dell'artista dilettante Michela
Pototi. La quale, nonostante le carenze tecniche, ha pennellato con estrema efficacia le carni orrendamente dilaniate del corpo di Cristo, in una visione estremamente realistica e così tanto somigliante al fotogramma a fianco da sembrare un tratto di storyboard del film.
La semplice conclusione da trarre valutando questo triplice abbinamento di immagini, è che pur tra arti visive apparentemente differenti, tra periodi così lontani tra loro, tra artisti sommi, medi e in erba, salta all'occhio un eguale potenza dell'arte capace di travalicare periodi e scelte stilistiche a fronte di una medesima e affine ricerca volta alla limpida chiarezza di un linguaggio universale. Proprio come quello raggiunto da Mel Gibson in
The Passion. Il quale, oltre a mostrarci la via e il volto del Bene, raggiunge un'alta carica espressiva ed emotiva anche mostrandoci Satana, cioè l'archetipo del Male. Nel farlo, Gibson lo rappresenta a metà tra un'androgina Monnalisa e i volti indemoniati di
William Blake. Un'essenza di malvagità che si insinua tra la folla. Un volto tremendamente inquietante, ma che tutti noi abbiamo già visto aggirarsi, come un'ombra, tra le Twin Towers dell'11 Settembre 2001 e fra i treni della morte dell'11 Marzo 2004 a Madrid. Il ghigno di quella malefica creatura che ci gira attorno è il manifesto terrifico dei nostri giorni. Mel Gibson ce l'ha mostrato in tutta la sua oscena crudeltà! Neanche
l'Edvard Munch del periodo dell'Urlo, forse, sarebbe riuscito a tanto. 
Una scena del film e l'opera
"Crocifissione" di Michela Pototi
|
di
Osvaldo CONTENTI

(Immagini autorizzate dall’ufficio stampa)
* Osvaldo Contenti è autore assieme a Renzo Rossellini del volume "Chat room Roberto Rossellini", Luca Sossella editore, pagine 160, euro 15 > Web site O. C. Digital Art:
| SCHEDA
DEL FILM
Titolo:
La Passione di Cristo (The Passion of the
Christ)
Anno: 2003
Nazione: Italia / USA
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 126'
Regia: Mel Gibson
Genere: drammatico, religioso
Sceneggiatura: Benedict Fitzgerald Mel Gibson
Musiche: John Debney
Cast: Claudia Gerini (la moglie di Pilato), Rosalinda Celentano
(il diavolo), Sabrina Impacciatore (Seraphia),
Hristo Shopov (Ponzio Pilato), Maia Morgenstern
(Maria), Monica Bellucci (Maria Maddalena), Luca Lionello
(Giuda), Hristo Jivkov (Giovanni Zebedeo),
James Caviezel (Gesù).
Sito web in inglese: Sito web in Italiano:
Altro sito molto ricco di informazioni e curiosità
sul film:
|
|
|