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CINEMA E PITTURA

     Gli occhi Benigni di Pinocchio
Il Pinocchio di Roberto Benigni è un evento cinematografico che affonda le radici nell'interpretazione di innumerevoli artisti, in un affascinante trigono Arte-Cinema-Letteratura tutto da scoprire. 

di Osvaldo Contenti

Il Pinocchio di Roberto Benigni è una gioia per gli occhi del cuore e della mente. La sua proposta visiva, come in un magico déjà vu, è tutto ciò che in trasparenza ci apparve da bambini mentre leggevamo Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Questo pensavo mentre assistevo al film. Benigni, insomma, da grande illustratore della settima arte ha ritratto tutto (o quasi) l'immaginario collettivo che da sempre accompagna le mirabolanti avventure del burattino-bambino più famoso del mondo. Ma perché l'autore-attore toscano e tanti, tanti artisti hanno amato e continuano ad amare quella creaturina di legno? Pinocchio rappresenta la nostra primordiale, perduta ingenuità? O è la "partenogenesi" operata da Geppetto che attizzò il fuoco di mille interpretazioni? Furono, e sono, i tanti apologhi morali presenti nel testo a creare una sorta di fascinazione da archetipo? Oppure, addirittura, fu la "pre-robotica" del burattino, con una "intelligenza artificiale" ante litteram, a creare tanto interesse? Forse tutte queste cose messe assieme, o forse una ragione diversa per ognuno di noi. Per cercare di capirlo, facciamo un passo indietro partendo dall'autore letterario di Pinocchio, passando per gli artisti che si sono ispirati alla sua opera e ogni singolo passo, credo, ci avvicinerà alle strade percorse da quell'intrigante ciocco di pino che un giorno prese vita.


Roma, Venerdì 4 Ottobre 2002 - Conferenza stampa di "Pinocchio" all'Hotel Excelsior
Manifesto di "Pinocchio" con autografo di Roberto Benigni
per Pittura&dintorni da Osvaldo Contenti

Carlo Lorenzini (che userà lo pseudonimo di Collodi) nasce a Firenze nel 1826. Oltre che un mazziniano convinto è un giornalista dalla travolgente e puntuta ironia. Dal Caffè Letterario Michelangelo (dove verrà ritratto in caricatura dall'artista Angelo Tricca), fa partire le sue sapide battute che fanno il giro di Firenze. Tale brio si traduce, tra l'altro, nelle pubblicazioni di Minuzzolo e Giannettino, ma i debiti di gioco cui va incontro l'autore gli divorano l'esiguo guadagno che ne ricava. Ha urgente bisogno di denaro e una leggenda vuole che, passando lungo le rive dell'Arno, un giorno noti uno sfrontato scavezzacollo che si tuffa nel fiume solo per il gusto di trasgredire il tassativo divieto di farlo. Pinocchio è lì, davanti a lui. Quello spunto così originale diviene presto un racconto per il libraio ed editore Felice Paggi, che più tardi rimpinguerà le tasche vuote di Collodi con la somma di 500 lire. Ma durante la stesura del libro (siamo nel 1881), Collodi è quasi più pinocchiesco del suo personaggio: non ha voglia di scrivere, anche se l'ha promesso, e la mancanza di denaro lo innervosisce, acuendogli l'antipatia per l'esserino di legno che lo fa lavorare a forza. Più volte, infatti, inconsciamente o meno, nel libro tenta di "disfarsi" di Pinocchio: lo sbatte in galera o nelle viscere di un pescecane, gli prepara un funerale da vivo o addirittura lo fa impiccare! Ma quel che Collodi non sa, è che più "tratta male" Pinocchio più questi assurge a metafora della purezza in perenne conflitto col mondo gretto e malvagio di un'umanità senza sogni. E' questo che renderà universale Pinocchio!




Alcune versioni di Pinocchio in opere a lui dedicate.

 

Gli artisti figurativi, che in quel genere di metafora hanno il loro habitat naturale, trovarono quindi in Pinocchio un ideale modello di ispirazione, un meraviglioso simulacro di legno che, con i suoi errori, sintetizzava la fatica del vivere nel meraviglioso mondo delle possibilità e delle incertezze. "O maraviglia delle umane spezie, qual frenesia t'ha sì condotto?", scrisse Leonardo da Vinci colpito da una figura ideale apparsagli in sogno. E allo stesso modo, con lo stesso stupore, gli artisti accolsero e accolgono il candore del burattino che diviene bambino per il tramite di tutti i nostri inconfessati difetti. Così, dopo la prima edizione del 1883 de Le avventure di Pinocchio la lista degli artisti che tradussero le forme snodate della creatura collodiana si moltiplicò in maniera esponenziale. Tra i più originali troviamo i nomi dei maestri illustratori Mazzanti, Chiostri e Mussino, calligrafici ma strepitosi nel forgiare quello che diventerà lo stilema riconoscibile del burattino. Poi, sempre sul tema, annoveriamo le opere del cubista Cassinelli, del surrealista Costantini, del fumettista Jacovitti e dello scultore Emilio Greco, che realizzò il bellissimo monumento a Pinocchio eretto nel comune di Collodi, forse l'opera più insigne di tutte.

Nel cinema, tra i film più noti troviamo un Walt Disney che col suo Pinocchio d'animazione (1940) crea l'opera col naso più lungo, perché più bugiarda di tutte. La fedeltà al testo collodiano è quasi bandita e al suo posto troviamo una vicenda smielata e strappalacrime con intenti morali troppo sopra la righe rispetto all'originale letterario. Anche il disegno del personaggio principale, trattato troppo per curvilineo, perde la naturale "spigolosità" del burattino, e non solo in senso formale. In crescendo, incontriamo invece l'ottimo film tv Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini. Qui, uno straordinario Nino Manfredi nei panni di mastro Geppetto ed una sapiente e fantasiosa regia, creano un indimenticabile affresco naturalistico che sa di pane, di campagna e di sana cultura contadina. Agli antipodi, di tendenza ipertecnologica, è il "Pinocchio" robotico impersonato da David (il piccolo attore Haley Joel Osment) di A. I. - Intelligenza Artificiale (2001) di Steven Spielberg. E' il genio visionario di Stanley Kubrick a suggerire a Spielberg la contaminazione tra il bambino-robot e Pinocchio, con tanto di androide gigolò e città del sesso che incorporano un tentativo di sinapsi con Lucignolo e il Paese dei Balocchi. La forzatura è evidente, ma neanche tanto, se pensiamo che giorni fa una prostituta autonominatasi "Biancaneve" è stata arrestata per adescamento di minori.

E arriviamo agli occhi Benigni di Pinocchio… Con questo gioco di parole intendo esprimere la sensazione di completa fusione tra interprete e personaggio che ho provato vedendo il Pinocchio di Roberto Benigni. Quella sorta di simbiosi era particolarmente avvertibile proprio negli occhi di Roberto, che parevano quelli di un ragazzino, tanto era l'entusiasmo che ne traspariva. Perché tutto quell'entusiasmo? Ce l'ha spiegato lo stesso Benigni nella conferenza stampa successiva al film, rivelando che anni or sono Federico Fellini spesso gli ripeteva che l'indomani avrebbero cominciato a lavorare al Pinocchio tanto agognato da Roberto. Era un auspicio e uno sprone, più che una proposta operativa. Ma è pur vero - sempre a detta del regista toscano - che delle scene di prova vennero effettivamente girate (vorremmo tanto vederle) e per giunta Fellini, che chiamava Benigni "Pinocchietto", per quel progetto solo abbozzato realizzò anche qualche disegno ancora reperibile. 

Dopo questa rivelazione ho chiesto a Benigni a quale repertorio iconografico avesse attinto per caratterizzare i personaggi del film (molto fedele al testo collodiano). La risposta del regista è stata che: "Naturalmente per questo c'è stato il lavoro dello scenografo, del tanto amato Danilo Donati, il quale mi suggeriva delle soluzioni che poi prendevamo assieme. Certamente, da questo punto di vista, le illustrazioni ci sono state utilissime per scatenare delle idee e per far muovere delle emozioni. Siamo stati poi ispirati da tanti artisti, e durante la lavorazione del film ci giungevano da tutto il mondo delle illustrazioni di Pinocchio. Il personaggio di Pinocchio è stato un banco di prova per tanti grandi artisti. Ritrattisti, vignettisti, fumettisti, pittori, scultori, ma anche cantanti, operai, maniscalchi e falegnami di ogni tempo si sono misurati con l'apologo del burattino. Ma poi sono state soprattutto le facce degli attori, quello che esprimevano, il loro sguardo, ad indirizzarci alla scelta dei costumi e dei colori. Nascono insieme queste cose…". Un lavoro corale, insomma, ma anche un work in progess attento alle peculiarità espresse da ogni interprete. E a proposito di attori, chiudo rimarcando le splendide interpretazioni, dopo quella di Benigni, anche di Kim Rossi Stuart, in un Lucignolo da antologia che farà molto parlare di sé, di un impeccabile Carlo Giuffré (mastro Geppetto), di un'incantevole e misurata Nicoletta Braschi (la Fata Turchina) e di un ultra-espressivo Luis Molteni (l'Omino di Burro). E adesso fate in fretta, lo spettacolo sta per cominciare… con 900 pellicole di Pinocchio distribuite in tutta Italia a furor di richieste! Segno che la fantasia, come l'amore, è il motore eterno del mondo.

(Immagini autorizzate dall’ufficio stampa)


 di Osvaldo CONTENTI 
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