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LEZIONI DI GUSTO
Il
transito instabile
L'opera d'arte, dalla
necessità di crearla all'errore di distruggerla
di
MALESI
IN BLU
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In arte - dalla letteratura alle arti figurative, dalla musica al teatro - nulla si può fare senza l'aiuto di Dio. Questa affermazione, dal sapore apparentemente mistico, è in realtà una mera constatazione in merito alla natura dell'arte, della sua caratteristica di esprimere l'intima verità dell'animo umano. L'arte esprime qualcosa che è "dentro" l'artista, un sentimento profondamente vissuto, che una volta espresso attraverso l'opera viene poi percepito da tutti. Quel sentimento, per essere sentito attraverso un dipinto - o una poesia, una sinfonia, un gruppo scultoreo - non ha bisogno di essere condiviso nella realtà: io posso sentire la solitudine nella letteratura di Cesare Pavese, senza per questo subire le stesse angosce nella mia propria vita; e così posso vivere le grandi passioni, i travagli di Artemisia Gentileschi
- attraverso la sua pittura - al riparo dalle emozioni violente, tormentose che squassavano la pittrice romana. Ebbene, per l'artista l'espressione del suo sentimento è questione intimamente faticosa, che ha sempre bisogno di una "molla" esterna, senza la quale è impensabile fare questa fatica. L'artista deve vivere un'esperienza che lo sblocchi, che liberi l'arte dentro di lui. Aldilà di ogni mistica, tale esperienza è un vero e proprio incontro con l'Assoluto; in esso, l'artista si confronta con quello che per lui è il meccanismo fondamentale dell'esistenza, l'interruttore che attiva quell'ingranaggio che è la creazione artistica. In alcuni, questo confronto può essere del tutto interiore, persino intellettuale - come in Piero della Francesca, la cui pittura è un intrico sorprendente di teologia, matematica, filosofia platonica - oppure può essere tragedia, rovina, com'è nella poesia di John Keats, nei ritratti del Modigliani più tardo. Può essere un incontro con la concezione mistica, spirituale della vita, come accadde a Michelangelo; o con un'esperienza terrestre e carnale, del tutto aliena da divagazioni spirituali, come fu per Picasso
. E qualche volta, in ossequio ai paradossi che nell'arte non mancano mai, può essere entrambe le cose.
Si ha ben voglia di "fare" arte, di provare a scrivere, dipingere, prendere la pietra a martellate; finché questo incontro non avviene, è tutto inutile, al massimo si arriva a conquistare la tecnica necessaria alla produzione artistica, che è cosa ben diversa dal creare un'opera d'arte. Così, prima di arrivare all'autentica pittura surrealista, Salvador Dalì provò di tutto: il divisionismo, il realismo, la pittura classica. Queste esperienze lo frustrarono, ma affinarono la sua tecnica, cosicché quando arrivò alla piena espressività artistica essa era già compiuta, mentre in Raffaello - che ebbe chiara la via da seguire, quando la sua tecnica era ancora in boccio - abbiamo una serie di grandissime opere in cui c'è la continua evoluzione dei mezzi tecnici, che non finisce mai, anche perché egli morì quando non aveva ancora compiuto quarant'anni. Si può dire che, una volta sperimentato questo confronto con l'Infinito, l'arte diventa per chi la crea una vera necessità, che in alcuni casi è persino antidoto alla sofferenza e alla follia, una sorta di terapia, di strategia di sopravvivenza. Perciò abbiamo casi estremi, di quelli che aldilà della loro arte non riescono a fare altro, come il grande architetto catalano Antoni Gaudì, che negli ultimi anni di vita vive come un barbone, ossessivamente chiuso nella "tetra e fastosa grandezza"
delle sue
visioni, o come Michelangelo che "non aveva amici, non frequentava donne, non varcava mai la soglia di un'osteria, indossava abiti tatuati di toppe, sporchi e sbrindellati, si lavava di rado, si coricava vestito e con gli stivali"
. A volte l'arte è l'unica ossessione che riesce a smuovere un artista dall'indolenza, e dunque essa non può essere concepita senza entusiasmo - che non è per forza un entusiasmo gioioso e può avere connotati drammatici - ma ha sempre tutta la forza della necessità. Senza entusiasmo, non può esservi arte; e non è un caso che la parola "entusiasmo", nel linguaggio greco antico da cui trae origine, voglia dire letteralmente "dio interiore". Gli artisti per cui questo "appuntamento" con il nocciolo invisibile della propria ispirazione è più drammatico e risonante, diventano anche eroi e conquistano una fama particolare, degna di personaggi letterari.
Questi artisti diventano più famosi degli altri, e dunque si può dire che l'arte, almeno nell'immaginario del pubblico, vive d'eccessi. Di ogni qualità, dall'orecchio mozzato di Van Gogh al furore omicida del Caravaggio, dal tormento e l'estasi di Michelangelo alla torrenziale vena creativa di Ensor. Gli "eroi" dell'arte condividono la sregolatezza, sia essa caratteriale o intellettuale, per cui - aldilà della cerchia degli studiosi dell'arte, che in essa vedono lo specchio della vita e si sforzano di analizzare attraverso essa i grandi temi dell'esistenza umana - gli artisti sono mitizzati e amati soprattutto da chi è giovane, e attraversa quella fase della giovinezza in cui è predominante il rifiuto del mondo così come esso è. In questa fase di "contestazione", se vogliamo chiamarla così, molti giovani si interessano d'arte, di poesia, di letteratura, anche e soprattutto attraverso una fruizione selvaggia e disordinata, che rifiuta ogni filtro di valutazione critica dell'opera dei grandi artisti, o anche degli artisti meno grandi.
Quindi tutti, a un certo punto, leggiamo Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud, J.D. Salinger: oppure, se non loro, sempre autori in cui possiamo ritrovare una condizione esistenziale di ribellione, di negazione, di contestazione, che è tipica dell'essere giovani. Per contro, non è insolito che chi è giovane faccia fatica ad appassionarsi ad opere di grande complessità, che richiedono uno studio attento e un'analisi sofisticata per essere capite.
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Così per le arti visive: Van Gogh è ben più noto di Piero della Francesca, non perché sia più grande - è forse vero il contrario - ma perché la morte precoce e l'esistenza tragica ne fanno una specie di eroe romanzesco
il cui travaglio esistenziale invita ad amarne l'opera. Di conseguenza, l'immagine dei Girasoli di Van Gogh è infinitamente più nota di quella del Battesimo di Cristo di Piero della Francesca o del Miracolo della Croce di Vittore Carpaccio
. Una vita romanzesca ha in sé una connotazione artistica che esula dall'opera, e garantisce all'artista quella patente di "personaggio" che spalanca le porte della notorietà più universale.
Alcuni artisti, poi, hanno una popolarità eccezionale all'interno di un preciso contesto sociale, perché essi ne facevano o ne fanno parte. |
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Vincent Van Gogh, "Girasoli", 1888-89
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Così l'arte di Picasso è stata, per molto tempo, nota ai comunisti (anche a quelli che non sapevano nulla di arte, che dovevano essere la maggioranza) perché Picasso era comunista, e oggi Keith Haring
, scomparso nel 1990, è ben noto agli ambienti omosessuali in quanto egli stesso omosessuale (una simile considerazione è stata goduta, negli anni Sessanta e Settanta del ventesimo secolo, da Oscar
Wilde)
. Il fatto che ci sia un artista importante di fede comunista, oppure un grande artista omosessuale, agisce come catalizzatore dell'attenzione pubblica e grancassa propagandistica della causa comunista o della liberazione omosessuale, poiché da una parte accresce la visibilità di quel contesto sociale o politico, e dall'altra è un fattore di orgoglio per fasce di cittadini che si vedono talora denigrati dall'opinione pubblica o dai media. Come dire: si può essere grandi artisti anche se si è comunisti, e omosessuali.
Questa considerazione mi sembra così banale e fuorviante da non meritare alcun credito: si può essere artisti, piccoli o grandi, in qualsiasi condizione esistenziale, aldilà di qualsiasi fede politica o tendenza sessuale, ed è uno sciocco chi pensa che non si possa creare arte a prescindere da queste cose
. Le uniche fedi politiche o religiose che impediscono a chi vi partecipi d'essere un artista, sono quelle che vedono l'arte come uno strumento del male o come un nemico da combattere. Una simile concezione dell'arte è stata propria di alcune fedi, di certe ideologie in dati periodi, e lo studio di questo fenomeno può essere utile a comprendere come l'unica cosa che può distruggere l'arte e il bisogno umano di produrre arte (un bisogno che è sempre esistito nei secoli) sia l'ignoranza.
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In genere, la concezione dell'arte come possibile veicolo di tendenze malvagie, antisociali o comunque negative si sviluppa in quel contesto culturale che vorrebbe far coincidere, a forza, etica ed estetica: in parole povere, vorrebbe che il Bello fosse, sempre e comunque, strumento del Bene; altrimenti, vuol dire che non è Bello, ma che la sua bellezza è solo "apparente", non sostenuta dalla Verità, e perciò malsana, pericolosa, una "seduzione del Male" da avversare e combattere. Il problema dell'etica è che non ce n'è una, ce ne sono molte, solitamente legate ad un preciso contesto sociale, storico, umano, geografico (anche se quest'ultimo aspetto va, in tempi recenti, perdendo d'importanza). Non solo, ma la concezione stessa dell'etica è soggetta a evoluzione, rivoluzione e spesso anche involuzione, poiché in certi momenti storici le tendenze peggiori dell'essere umano - come il razzismo, la violenza, lo sfruttamento - trovano regimi pronti a farsene un vessillo, e ideologi disposti a caldeggiarne l'applicazione. Chi ha una concezione dell'arte "asservita" a un'etica predica, in realtà, l'impiego dell'arte come mezzo propagandistico di certe idee politiche o religiose, un'idea ch'è stata assai popolare soprattutto nel Ventesimo secolo
. Vi sono alcune ideologie che, tuttavia, non possono servirsi dell'arte come strumento di propaganda, in genere perché hanno una prospettiva ideologica lontanissima dalle concezione artistica del proprio tempo.
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Michelangelo Buonarroti, "Giudizio Universale"
(dettaglio), 1535-1541
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Un caso storico, abbastanza noto, è quello del regime instaurato a Firenze dal frate Girolamo Savonarola tra il 1494 e il 1498. Mentre l'illuminato dispotismo mediceo aveva abbellito la città con un gran numero di capolavori d'arte a soggetto sacro e profano, la repubblica proclamata dal frate ebbe un rapporto con l'arte che può essere definito come del tutto ostile, non solo per quanto concerne l'arte profana, ma anche per l'arte sacra. La spiegazione è abbastanza semplice: la visione religiosa del Savonarola e dei suoi seguaci, i cosiddetti "Piagnoni", era lontanissima dagli ideali dell'arte sacra contemporanea
. Perciò i grandi artisti residenti a Firenze, emigrarono in quegli anni in altre città, compreso Michelangelo Buonarroti, sul quale la predicazione del frate aveva avuto un certo influsso (che si rivelerà tuttavia in opere ben più tarde, come il Giudizio Universale in Cappella Sistina)
. Inoltre i "Piagnoni" si resero responsabili della distruzione di un gran numero di opere d'arte, ritenute oscene, in occasione del "falò delle vanità" del 7 febbraio 1497
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I casi di distruzione di massa di opere d'arte, sempre legati a motivi ideologici, dimostrano poi come un regime di nuova instaurazione possa avere difficoltà a confrontarsi con l'arte preesistente, mostrando spesso una feroce intolleranza: c'è da allibire leggendo i resoconti delle distruzioni operate dai moti protestanti del Cinquecento in Inghilterra, Olanda, Germania e altrove, quando immensi roghi e folle armate di sassi e martelli annientarono in poche ore quadri, codici miniati, statue, vetrate di intere regioni
. Una simile furia iconoclasta si ripeté in occasione della Rivoluzione francese: roghi di giorni e giorni incenerirono ad Avignone nel 1793 i polittici di Simone Martini, di Lippo Memmi, del Giovannetti, e sforzi immensi vennero incanalati per demolire edifici che anche solo vagamente potevano essere considerati simboli del vecchio regime, come l'Abbazia di Cluny. Notre-Dame, a
Parigi, si salvò per puro caso
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Ma anche questi fenomeni, come tutti quei fatti collegati alla difficoltà di capire l'arte, hanno il comun denominatore dell'incomprensione, del fatto che chi distrugge quelle opere non le capisce, e non le capisce perché non le conosce. Quando parlo di "conoscenza" in questo contesto, mi riferisco alla visione della bellezza che è nell'opera d'arte, che può non essere sempre facilmente accessibile, specie se si esprime attraverso modi e forme lontani, se non antitetici, alle tendenze dominanti del gusto dell'epoca. Tant'è vero che non è detto che vi sia bisogno di rivoluzioni o sommosse per distruggere opere d'arte importantissime; per esempio il grande ciclo pittorico di Sant'Egidio, o il coro della basilica di San Lorenzo, entrambi siti a Firenze, furono distrutti semplicemente perché non piacevano più
. Quando un'opera d'arte, concepita in un preciso momento storico, è troppo lontana dal gusto contemporaneo, può subire questa sorte senza colpa. E non bisogna credere che queste distruzioni siano un retaggio dell'antichità, o di regimi fondamentalisti come quello afghano, che ha distrutto i
Buddha di Bamiyan
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Bamiyan: una delle statue, antiche di
1600 anni, prima che fossero distrutte dalla
follia fondamentalista
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Interno di Santa Maria Novella: la cupola con
il "Giudizio Universale",
capolavoro di Giorgio Vasari e Federico Zuccari, 1572-1579

Particolare del "Giudizio Universale" dipinto da Giorgio Vasari: l'Inferno
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Nella "civilissima" Italia, nel 1981, il professor Carlo Ludovico Ragghianti suggerì la rimozione dell'affresco del Giudizio Universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari, dalla cupola del Duomo di Firenze, essenzialmente per ragioni di gusto
. E' chiaro che Ragghianti, per suggerire un'azione siffatta, non riusciva a vedere la bellezza dell'affresco, che anzi a suo dire "negava" e "tarpava" l'opera architettonica del Brunelleschi. Si può dire che il gusto di un osservatore può essere influenzato, quindi, da fattori ideologici e culturali che lo limitano nella sua funzione, così come uno che abbia mangiato troppi cibi piccanti o speziati diventa insensibile ai sapori più lievi. E ciò accade perché ogni opera d'arte ha più livelli di lettura, e alcuni di essi chiamano in causa il nostro gusto: ovvero una componente soggettiva della percezione, basata sull'esperienza.
Quando osserviamo un'opera d'arte visuale, di primo acchito, può darsi che esso catturi la nostra attenzione in senso positivo, oppure no. Nel primo caso, diciamo che "ci piace".
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E' questo il momento in cui in genere si formula un giudizio istintivo, che in realtà è un pregiudizio, cioè si basa su una serie di condizioni preesistenti e non sull'effettiva conoscenza dell'opera. In genere, si dice che un'opera "piace" perché un certo insieme di forme, colori, proporzioni, movimenti, suggestioni presenti in essa hanno colpito favorevolmente la nostra sensibilità. Ma questo non vuol dire che ci piace l'opera, semmai che ci piace la nostra sensibilità, e ci mancherebbe altro: di norma, nessuno dispiace a se stesso. Insomma, quando esprimiamo un giudizio istintivo su un'opera d'arte, in realtà stiamo considerando quegli elementi di noi stessi che abbiamo ritrovato, o non ritrovato, nell'opera.
Oppure, come si è visto, esprimiamo un'affinità con l'artista, o un distacco, che può essere di carattere politico, caratteriale, sessuale; infine, possiamo esaltare o denigrare l'opera in base ai nostri pregiudizi culturali. In tutti questi casi, avremo usato l'opera d'arte come un oggetto di compiacimento narcisistico, che tanto più ci piace quanto più riflette ciò che siamo. Che è molto diverso dall'averla capita e apprezzata.
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Note
(1) Merita un cenno il bel romanzo di Alexandra Lapierre, Artemisia, ben scritto e accompagnato da un ricchissimo corredo di analisi storica e riferimenti bibliografici su Artemisia e Orazio
Gentileschi, nonché sull'età della grande pittura controriformata e del
caravaggismo.
(2) Il celebre dipinto di Picasso che dà inizio al Cubismo, Les Demoiselles
d'Avignon (1907), è notoriamente ispirato a una scena di bordello. Per chi vuol saperne di più: Norman
Mailer, Ritratto di Picasso da giovane.
(3) Sono le parole di Giulio Carlo Argan, in Progetto e destino.
(4) cit. da Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia della Controriforma. Il libro, scritto nel 1968, contiene alcune inesattezze, superate dalla ricerca storiografica, che sarebbe il caso di aggiornare. Per esempio, oggi sappiamo che Raffaello Sanzio non era
"ignorantissimo" come scrivono i due autori, ma anzi persona molto colta e molto dotta. Nonostante ciò, il libro resta un mirabile affresco dell'Italia dal 1492 al 1600, anche assai piacevole a leggersi.
(5) Infatti, dalla vita di Van Gogh è stato tratto un romanzo avvincente: Brama di vivere di Irving
Stone. Tra l'altro, l'opera del pittore olandese è strettamente legata ai fatti della sua vita, e per rendersene conto basta consultare Van
Gogh, la vita e le opere di F. Vedovello, in cui le vicissitudini e i dipinti dell'artista sono seguiti passo a passo con l'aiuto di brani delle sue lettere.
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(6) Nel caso di Carpaccio, si può ricordare un altro caso in cui la fama di un'opera d'arte si ricollega a un mito; non tanto al mito della vita dell'autore, quanto del mistero che circonda l'opera stessa. Parliamo dell'opera forse più famosa del Carpaccio, un pannello chiamato Le cortigiane, che era uno dei dipinti più misteriosi del mondo: tutto in esso era controverso, dall'identità delle donne dipinte all'epoca dell'esecuzione, come il significato stesso della scena. In seguito a studi accurati, si è scoperto che il quadro è in realtà la metà inferiore di una scena di caccia nella laguna veneta, e raffigura due dame aristocratiche, e non due cortigiane, in attesa del ritorno dei propri compagni dalla caccia. La metà superiore del quadro è a
Malibu, in California, nella collezione Getty; le due parti sono state esposte assieme nel 1999, in occasione della mostra Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord ai tempi di Dürer, Bellini e Tiziano. Ecco dunque un caso in cui un romanzesco alone di "mistero" aveva accresciuto la fama dell'opera, più che quella dell'autore, tuttavia il meccanismo è identico; e cioè abbiamo opere, ed artisti, la cui fama è legata a un fascino letterario, che ne esalta i connotati misteriosi, avventurosi, in una parola: romanzeschi. E' stato dimostrato che tale fascino può avvolgere addirittura intere città.
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"Le Cortigiane" di Vittore Carpaccio, l'enigmatico dipinto di cui è stata finalmente trovata la metà superiore
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Il progetto Nathan il Saggio della McCann-Erickson Italia, l'unico monitoraggio permanente della stampa internazionale che studia l'andamento dell'immagine dell'Italia all'estero, ha dimostrato che Parma è visitata dai francesi soprattutto per una suggestione letteraria, sull'onda di un famoso romanzo di
Stendhal, La Certosa di Parma.
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(7) A chi desideri conoscere meglio il personaggio di Keith
Haring, si consiglia la lettura dei suoi Diari, recentemente pubblicati in un'ottima traduzione italiana di G. Amadasi e G. Picco. Il testo, corredato da numerosi disegni, offre un'inedita prospettiva sull'evoluzione artistica di Haring e un vibrante affresco del clima culturale
dell'East Village negli anni Ottanta.
(8) Stephen Fry, brillante attore e scrittore di teatro omosessuale, ha raccontato nell'intervista Thank God
it's Fry Day ("Interview", giugno 1988) quanto la lettura di Wilde abbia rappresentato, per lui e tanti altri omosessuali inglesi, un punto di riferimento nell'Inghilterra omofobica e repressiva della sua adolescenza. L'aneddoto è raccolto nel libro Un secolo d'amore, di Giampiero
Mughini.
(9) Un'altra convinzione altrettanto sciocca, ispirata al mito che lega genio e sregolatezza - di cui si è parlato all'inizio - vuole che l'artista sia tenuto a possedere un qualche connotato anticonformista: essere "ribelle" o "dannato", sfiorato da una vena di follia, appartenere ad una minoranza politica, ad una corrente estremista, ad un gruppo sociale "ai margini". Come dire: per essere artisti bisogna per forza essere "diversi", quindi bohémien o "alternativi". Quest'idea è veramente stupida perché, oltre ad essere falsa, si applica soltanto quando la "diversità" dell'artista si limita ad aggiungere colore romanzesco al personaggio, e non è foriera d'inquietudine reale. Quindi va bene la pazzia di Van
Gogh, perché è un pittore; va un po’ meno bene quella di Borromini, che è architetto. I quadri stanno appesi alle pareti e non crollano sulla testa della gente. Mentre nelle case si abita, nelle chiese si prega, negli opifici si lavora; l'architetto - cui è affidata la responsabilità della progettazione di spazi ambientali - "deve" essere affidabile, "non può" essere matto, anche se è un grandissimo architetto come Francesco
Borromini. Invece, la vita e l'opera del Borromini rivendicano per intero la sua follia: l'architettura straniante, eversiva, surreale, fatta di alchimie "impossibili" come in Sant'Ivo alla Sapienza, a Roma; e la vita raminga, angosciata, che si conclude col suicidio. Eppure, silenzio sulla follia
borrominiana, che da sempre è negata dagli ambienti accademici come una "esagerazione". Evidentemente, essere matti va bene per vendere quadri, non per costruire palazzi (chi volesse conoscere meglio la vita e l'opera del Borromini può leggere
Borromini, manierismo spaziale oltre il barocco di Arnaldo Bruschi).
(10) Si legga L'arte sotto le dittature, di Mario De Micheli. A proposito dell'arte impiegata a scopo di propaganda, qualcuno potrà osservare che tutta l'arte cristiana d'ispirazione cattolica è propagandistica, poiché riflette la dottrina della Chiesa romana. Il che non è solo inesatto, ma del tutto falso: solo dopo la Controriforma la Chiesa tentò - attraverso l'opera degli artisti - di "farsi propaganda", ma gli effetti di questo tentativo sono ancor oggi tutt'altro che semplici da decifrare, poiché da sempre convivono in seno al Cattolicesimo posizioni e tesi diversissime. Basti pensare al conflitto che da sempre oppone la fede più "mistica" e spirituale - che ha i suoi campioni in Teresa
d'Avila, san Juan de la Cruz, e così via - a quella tutta razionale, filosofica di personaggi come Tommaso
d'Aquino e Tommaso Moro. In accordo con questa molteplicità di esperienze, la Chiesa ebbe sempre a che fare con artisti che esprimevano concezioni religiose proprie, o comunque in contrapposizione con quelle dominanti all'interno della Curia romana. Non di rado, tali artisti erano molto influenti o protetti da personaggi illustri in seno alla Chiesa stessa. Nell'arte cristiana, possiamo trovare pittori appartenenti allo stesso periodo che esprimono concezioni del tutto opposte: basti confrontare le opere del Bramantino con quelle di Hieronymus
Bosch, contemporanei eppur diversissimi non solo nello stile, ma nell'ispirazione religiosa che sottende alle loro pitture d'arte sacra. Ben più vincolante è l'impiego dell'arte a fini di pura propaganda, tipico delle dittature del Ventesimo secolo (anche se le prime avvisaglie di questo fenomeno risalgono alla Rivoluzione francese).
(11) Il Savonarola non era insensibile all'arte, come provano i suoi scritti che G.
Gruyer, nel 1879, ha raccolto e commentato nel libro Les Illustrations des écrits de Jerome Savonarole. L'idea che il frate aveva dell'arte, era però fortemente
ideologizzata. Anzitutto, voleva che fossero tolte dalle chiese tutte le opere "oscene": e cioè i nudi, le statue classicheggianti e paganeggianti, i dipinti in cui a elementi cristiani si mescolavano aspetti della classicità greca e romana o della mondanità rinascimentale. Oltre a queste, dovevano essere tolte anche le opere
"inoneste", cioè tali da suscitare il riso per mediocrità o grossolanità. Insomma, al Savonarola piaceva l'arte medievale, e soprattutto quella romanica, in cui l'idealismo cristiano è ingentilito da tocchi di naturalismo. La sua idea dell'arte era lontanissima da quella dei contemporanei. Chi fosse interessato ad approfondire il tema delle idee artistiche del Rinascimento, può leggere Le teorie artistiche in Italia: dal Rinascimento al Manierismo di Anthony
Blunt.
(12) Non deve stupire il fatto che Michelangelo fosse stato colpito dalla predicazione del Savonarola. A sentire Indro Montanelli e Roberto Gervaso (L'Italia dei secoli d'oro) quando costui iniziò il suo ciclo di sermoni apocalittici nel 1489, nella chiesa di San Marco a Firenze, la sua retorica affascinò molti intellettuali: Pico della Mirandola, il Poliziano e il
Ficino, tra gli altri. Il successo della predicazione del frate era tale che nel 1491 egli fu invitato a tenere un sermone in Palazzo Vecchio dinanzi ai funzionari della Signoria medicea. Gli eccessi demagogici del Savonarola avranno inizio solo nel 1493.
(13) Si legga L'Italia della Controriforma, di Indro Montanelli e Roberto Gervaso.
(14) La riflessione è tratta dall'articolo Difendo l'Altare della Patria, di Federico Zeri, pubblicato su "La Stampa" del 15 aprile 1983 e riproposto nelle raccolte L'inchiostro variopinto (1985) e Il cannocchiale del critico (1993).
(15) Cesare Marchi ha raccontato la funambolica sopravvivenza di Notre-Dame ai moti rivoluzionari nel suo bel libro Grandi peccatori, grandi cattedrali.
(16) Nella "Terza conversazione" del saggio Dietro l'immagine (un testo affascinante che contiene le trascrizioni delle conversazioni di Federico Zeri con gli studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) il grande critico, scomparso nel 1998, fornisce un resoconto piuttosto interessante di alcune di queste clamorose distruzioni.
(17) L'opera di ricostruzione delle antiche statue è, ad ogni buon conto, già iniziata. L'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia, guidato dal professor Armin
Grun, utilizzando strumenti informatici di modellazione 3-D ha ridisegnato immagini digitali dei Buddha di
Bamiyan, che saranno impiegati per la ricostruzione, per cui la Seven Wonders Foundation di Bernard Weber sta raccogliendo fondi (il preventivo di spesa è di 50 milioni di dollari).
Devo questa informazione alla gentilezza di Aby Klingsmann.
(18) Abusi di questo genere sono tutt'altro che infrequenti, purtroppo. Le motivazioni sarebbero lunghe da spiegare qui; ne ha parlato diffusamente Federico Zeri nel suo breve saggio Il restauro che uccide, pubblicato nel volume Il cannocchiale del critico.
Articolo
di MALESI IN BLU
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