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LEZIONI DI GUSTO

 

Il vero volto di Clelia Farnese


di Patrizia ROSINI
 


Clelia Farnese

Proprio in questi giorni Clelia (1556 ? – 1613), figlia del Card. Alessandro Farnese jr (1520-1589), fa parlare di sé, dopo che le è stato attribuito il volto di una dama seicentesca raffigurata in un dipinto ritrovato nel Palazzo Farnese di Viterbo.

Nonostante l’autorevolezza dei nomi del mondo storico-culturale protagonisti di questo dibattito, non sembra essere stato adeguatamente posto all’attenzione del lettore il vero volto della duchessa Clelia, la quale nella seconda metà del Cinquecento fu molto nota (anche per la sua amicizia con il grande Torquato Tasso, che le dedicò alcune rime), pur essendo parecchie sue vicende ancora oggi avvolte dal mistero, a cominciare addirittura dal nome di sua madre. Resta fermo però un punto: il suo vero volto è quello immortalato in un quadro ad olio (49,5x37,8), conservato presso la Galleria Nazionale di Arte Antica a Roma, dal pittore Jacopo Zucchi intorno al 1570, quando Clelia era già andata in sposa al Duca Giovan Giorgio Cesarini (Roma + 1585).

Nel dipinto è possibile vedere rappresentati i simboli dell’unione delle due casate nobiliari, l’orsa dei Cesarini ed i gigli farnesiani: entrambi gli elementi sono collocati nell’elaborata e pregiata collana della bellissima dama, inframmezzati da perle e pietre preziose. Infatti, nella parte centrale del gioiello, posti sopra uno zaffiro, due angeli sostengono l’orsa sormontata da un giglio farnesiano, e gli stessi motivi dell’orsa e dei gigli alternati si ripetono per tutta la collana. Inoltre, il pizzo dell’alto colletto dell’abito indossato dalla dama forma un intricato disegno in cui sono ben distinguibili dei gigli. Fatta questa valutazione, il ritratto non può non appartenere alla bellissima duchessa Clelia Farnese. Dai documenti d’archivio da me consultati emerge la figura di una donna sempre relegata in un ruolo di dama rispettosa e sottomessa, per quanto soffertamente, al volere del padre, dei due mariti e dei cugini. Clelia fu oltraggiata dal famoso “Pasquino” il quale, attraverso la sua figura di figlia amatissima del potente “Gran Cardinale” Alessandro Farnese, volle colpire politicamente suo padre accusandola di adulterio, proprio in quel periodo lei stessa raccontò in una lettera indirizzata a suo cugino il Duca Alessandro: “quello che poi più mi affligge è che il Sig. Cardinale ha aperto lettere senza sottoscritione et nome, un servitorello mal satisfatto di me o di qualche mio ministro o di qualcosa, subbito manda queste lettere contraffatte et il Cardinale subito le mette a luce....dando adito che ogni giorno si moltiplichino in queste materie.....”, purtroppo non furono da meno gli storici, che in brevi resoconti ne fanno la protagonista di vicende adulterine tutt’altro che provate.

Breve Biografia:

Clelia Farnese, figlia amatissima del Cardinale Alessandro Farnese Jr, nipote di Papa Paolo III, nacque forse nel 1556 e conseguentemente affidata alla zia Vittoria Farnese Duchessa d’Urbino, per essere allevata insieme alle sue cugine nella corte del Duca Guidobaldo Della Rovere, al quale rimase sempre legata con rapporti epistolari continui ed affettuosi.

La sua infanzia e prima giovinezza trascorse tra Pesaro e Roma fino al giorno del suo matrimonio romano (intorno al 1570) con il Duca Giovan Giorgio Cesarini, dal quale ebbe il figlio Giuliano. Frequentatore della sua bella casa romana, fu Torquato Tasso che ebbe modo d’incontrare ancora nella corte del suo secondo marito. Clelia infatti, rimase vedova nel 1585, nei due anni che seguirono, suo padre cardinale aiutato dal nipote Alessandro, duca di Parma e Piacenza, sollecitarono la partenza di Clelia dalla sua casa mentre l’eco di quei “consigli” giungono sino a noi in una lettera del 1° Settembre 1585: “...conoscendo Roma, e sapendo i discorsi di contemplativi, e procedere che si fa, se bene tengo per fermo che, essendo voi figlia di tal padre, procederete sempre virtuosa et honoratamente in tutte le vostre attioni, non basta perchè bisogna levare le occasioni alla gente di parlare, e male lo potrete fare stando in Roma... firmandosi ...amorevol fratello di V. S. Alessandro Farnese”, nonostante Clelia cercasse di rimanere una donna indipendente accanto al proprio figlio: “...et se bene come padrone tanto supremo Vostra Altezza... diceva detta lettera... che io non habbia da rimanere in Roma et che io mandi Giuliano al Sig. Cardinale... fino al vivere fora di casa mia et senza mio figlio... et forse arò ardito troppo a dire con padrone tanto principale...”, la decisione della sua famiglia paterna fu irremovibile. Clelia quindi dovette cedere per poi sposare con grande sfarzo il 2 Agosto 1587, a Caprarola, il giovanissimo Marco Pio di Savoia (1567-1599), Signore di Sassuolo. Ella si vide costretta a lasciare il suo adorato figlio Giuliano ancora quattordicenne e affidarlo al signor Giulio Foschi, tutore scelto da suo padre, il Card. Alessandro Farnese, come testimonia un atto notarile redatto il 7 Settembre 1587 nel magnifico palazzo di Caprarola (VT) “...in camera detta la camera della torre...” .

Dopo circa due mesi passati nelle terre del viterbese, tra le mura della residenza di caccia del Cardinale a Ronciglione (ancora oggi esistente) e non poche indisposizioni fisiche, come raccontano le lettere di Costantino Guidi al Card. Caetani, amico e protetto del Card. Alessandro Farnese Jr, gli sposi giunsero a Sassuolo la sera del 28 Novembre 1587 in un tripudio di festeggiamenti.

Purtroppo la vita matrimoniale per Clelia fu tutt’altro che felice, ebbe la sfortuna di dover subire percosse dal suo violento marito, come dimostra una lettera, senza data, in cui chiedeva aiuto al cugino parmense per “avere il viso rotto”, mentre le continue partenze di Marco Pio per la guerra nelle Fiandre e successivamente in Francia, la videro impegnata nella reggenza del piccolo stato, dimostrando di avere tra le altre doti, fermezza e severità soprattutto quando dovette fronteggiare una spaventosa carestia (1590-91), per la quale si adoperò non poco al fine di ottenere i rifornimenti di grano necessari. S’interessò inoltre ai vari aspetti della della società sassolese ed emanò leggi che punivano severamente i giocatori d’azzardo ed i bestemmiatori.

Dopo l’asssassinio di suo marito Marco Pio (27/11/1599), decise di rientrare a Roma e a questo punto la sua vita pubblica scompare, per incontrarla poi duchessa tra le mura domestiche del figlio Giuliano, circondata dai suoi “nepoti e figli miei” affaccendata in attività culinarie ed inviando, nel Dicembre 1605, i “...canditi di zuccaro, et particolarmente del tutto cedro...” al duca di Parma suo nipote Ranuccio I (1569-1622), “...et se la mia fortuna vorrà che li piacciano e che io habbia accertato farli à suo gusto, mi sarà di grandissimo contento...”.

La conclusione della sua vita è purtroppo in assonanza con la morte del suo diletto figlio, avvenuta nel 1613, “seguita con tanto mio dolore, che non credo di trovar quiete se iddio, che può tutto non mi soccorre con la sua gratia...” e condividere lo stesso sventurato destino, a soli otto mesi di distanza, l’11 Settembre 1613.

Si spegneva così l’ultima grande dama Farnese del Rinascimento, la cui bellezza d’animo è giunta fino a noi attraverso il racconto del tempo, nelle sue lettere sparse negli archivi italiani, che tramandano tutta la sua fragilità, generosità e voglia d’amare.

Articolo di Patrizia ROSINI
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Bibliografia:
* Archivio di Stato di Parma Sez II busta n° 25 fasc.10 ;
* Archivio di Stato di Roma P43 n° 43 busta n° 619;
* Archvio di Stato di Firenze CL I Filza n° 126;
* “Storia di Sassuolo dalle origini alla fine della Signoria Pio” di Elena Rotelli e
  Rosanna Piacentini – Ed. Libreria Incontri;
* Archivio Caetani presso la “Fondazione Camillo Caetani di Roma”
  (luglio-Settembre 1587 in “Corrispondenze Varie”).


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