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Clelia Farnese |
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Proprio in questi giorni Clelia (1556
? – 1613), figlia del Card. Alessandro Farnese jr (1520-1589), fa
parlare di sé, dopo che le è stato attribuito il volto di una dama
seicentesca raffigurata in un dipinto ritrovato nel Palazzo Farnese
di Viterbo.
Nonostante l’autorevolezza dei nomi del mondo storico-culturale
protagonisti di questo dibattito, non sembra essere stato
adeguatamente posto all’attenzione del lettore il vero volto della
duchessa Clelia, la quale nella seconda metà del Cinquecento fu
molto nota (anche per la sua amicizia con il grande Torquato Tasso,
che le dedicò alcune rime), pur essendo parecchie sue vicende ancora
oggi avvolte dal mistero, a cominciare addirittura dal nome di sua
madre. Resta fermo però un punto: il suo vero volto è quello
immortalato in un quadro ad olio (49,5x37,8), conservato presso la
Galleria Nazionale di Arte Antica a Roma, dal pittore Jacopo Zucchi
intorno al 1570, quando Clelia era già andata in sposa al Duca
Giovan Giorgio Cesarini (Roma + 1585). |
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Nel dipinto è possibile vedere
rappresentati i simboli dell’unione delle due casate nobiliari,
l’orsa dei Cesarini ed i gigli farnesiani: entrambi gli elementi
sono collocati nell’elaborata e pregiata collana della bellissima
dama, inframmezzati da perle e pietre preziose. Infatti, nella parte
centrale del gioiello, posti sopra uno zaffiro, due angeli
sostengono l’orsa sormontata da un giglio farnesiano, e gli stessi
motivi dell’orsa e dei gigli alternati si ripetono per tutta la
collana. Inoltre, il pizzo dell’alto colletto dell’abito indossato
dalla dama forma un intricato disegno in cui sono ben distinguibili
dei gigli. Fatta questa valutazione, il ritratto non può non
appartenere alla bellissima duchessa Clelia Farnese. Dai documenti
d’archivio da me consultati emerge la figura di una donna sempre
relegata in un ruolo di dama rispettosa e sottomessa, per quanto
soffertamente, al volere del padre, dei due mariti e dei cugini.
Clelia fu oltraggiata dal famoso “Pasquino” il quale, attraverso la
sua figura di figlia amatissima del potente “Gran Cardinale”
Alessandro Farnese, volle colpire politicamente suo padre
accusandola di adulterio, proprio in quel periodo lei stessa
raccontò in una lettera indirizzata a suo cugino il Duca Alessandro:
“quello che poi più mi affligge è che il Sig. Cardinale ha aperto
lettere senza sottoscritione et nome, un servitorello mal satisfatto
di me o di qualche mio ministro o di qualcosa, subbito manda queste
lettere contraffatte et il Cardinale subito le mette a luce....dando
adito che ogni giorno si moltiplichino in queste materie.....”,
purtroppo non furono da meno gli storici, che in brevi resoconti ne
fanno la protagonista di vicende adulterine tutt’altro che provate.
Breve Biografia:
Clelia Farnese, figlia amatissima del Cardinale Alessandro Farnese
Jr, nipote di Papa Paolo III, nacque forse nel 1556 e
conseguentemente affidata alla zia Vittoria Farnese Duchessa
d’Urbino, per essere allevata insieme alle sue cugine nella corte
del Duca Guidobaldo Della Rovere, al quale rimase sempre legata con
rapporti epistolari continui ed affettuosi.
La sua infanzia e prima giovinezza trascorse tra Pesaro e Roma fino
al giorno del suo matrimonio romano (intorno al 1570) con il Duca
Giovan Giorgio Cesarini, dal quale ebbe il figlio Giuliano.
Frequentatore della sua bella casa romana, fu Torquato Tasso che
ebbe modo d’incontrare ancora nella corte del suo secondo marito.
Clelia infatti, rimase vedova nel 1585, nei due anni che seguirono,
suo padre cardinale aiutato dal nipote Alessandro, duca di Parma e
Piacenza, sollecitarono la partenza di Clelia dalla sua casa mentre
l’eco di quei “consigli” giungono sino a noi in una lettera del 1°
Settembre 1585: “...conoscendo Roma, e sapendo i discorsi di
contemplativi, e procedere che si fa, se bene tengo per fermo che,
essendo voi figlia di tal padre, procederete sempre virtuosa et
honoratamente in tutte le vostre attioni, non basta perchè bisogna
levare le occasioni alla gente di parlare, e male lo potrete fare
stando in Roma... firmandosi ...amorevol fratello di V. S.
Alessandro Farnese”, nonostante Clelia cercasse di rimanere una
donna indipendente accanto al proprio figlio: “...et se bene come
padrone tanto supremo Vostra Altezza... diceva detta lettera... che
io non habbia da rimanere in Roma et che io mandi Giuliano al Sig.
Cardinale... fino al vivere fora di casa mia et senza mio figlio...
et forse arò ardito troppo a dire con padrone tanto principale...”,
la decisione della sua famiglia paterna fu irremovibile. Clelia
quindi dovette cedere per poi sposare con grande sfarzo il 2 Agosto
1587, a Caprarola, il giovanissimo Marco Pio di Savoia (1567-1599),
Signore di Sassuolo. Ella si vide costretta a lasciare il suo
adorato figlio Giuliano ancora quattordicenne e affidarlo al signor
Giulio Foschi, tutore scelto da suo padre, il Card. Alessandro
Farnese, come testimonia un atto notarile redatto il 7 Settembre
1587 nel magnifico palazzo di Caprarola (VT) “...in camera detta
la camera della torre...” .
Dopo circa due mesi passati nelle terre del viterbese, tra le mura
della residenza di caccia del Cardinale a Ronciglione (ancora oggi
esistente) e non poche indisposizioni fisiche, come raccontano le
lettere di Costantino Guidi al Card. Caetani, amico e protetto del
Card. Alessandro Farnese Jr, gli sposi giunsero a Sassuolo la sera
del 28 Novembre 1587 in un tripudio di festeggiamenti.
Purtroppo la vita matrimoniale per Clelia fu tutt’altro che felice,
ebbe la sfortuna di dover subire percosse dal suo violento marito,
come dimostra una lettera, senza data, in cui chiedeva aiuto al
cugino parmense per “avere il viso rotto”, mentre le continue
partenze di Marco Pio per la guerra nelle Fiandre e successivamente
in Francia, la videro impegnata nella reggenza del piccolo stato,
dimostrando di avere tra le altre doti, fermezza e severità
soprattutto quando dovette fronteggiare una spaventosa carestia
(1590-91), per la quale si adoperò non poco al fine di ottenere i
rifornimenti di grano necessari. S’interessò inoltre ai vari aspetti
della della società sassolese ed emanò leggi che punivano
severamente i giocatori d’azzardo ed i bestemmiatori.
Dopo l’asssassinio di suo marito Marco Pio (27/11/1599), decise di
rientrare a Roma e a questo punto la sua vita pubblica scompare, per
incontrarla poi duchessa tra le mura domestiche del figlio Giuliano,
circondata dai suoi “nepoti e figli miei” affaccendata in
attività culinarie ed inviando, nel Dicembre 1605, i “...canditi
di zuccaro, et particolarmente del tutto cedro...” al duca di
Parma suo nipote Ranuccio I (1569-1622), “...et se la mia fortuna
vorrà che li piacciano e che io habbia accertato farli à suo gusto,
mi sarà di grandissimo contento...”.
La conclusione della sua vita è purtroppo in assonanza con la morte
del suo diletto figlio, avvenuta nel 1613, “seguita con tanto mio
dolore, che non credo di trovar quiete se iddio, che può tutto non
mi soccorre con la sua gratia...” e condividere lo stesso
sventurato destino, a soli otto mesi di distanza, l’11 Settembre
1613.
Si spegneva così l’ultima grande dama Farnese del Rinascimento, la
cui bellezza d’animo è giunta fino a noi attraverso il racconto del
tempo, nelle sue lettere sparse negli archivi italiani, che
tramandano tutta la sua fragilità, generosità e voglia d’amare.
Articolo
di Patrizia ROSINI

Bibliografia:
* Archivio di Stato di Parma Sez II busta n° 25 fasc.10 ;
* Archivio di Stato di Roma P43 n° 43 busta n° 619;
* Archvio di Stato di Firenze CL I Filza n° 126;
* “Storia di Sassuolo dalle origini alla fine della Signoria Pio” di
Elena Rotelli e
Rosanna Piacentini – Ed. Libreria Incontri;
* Archivio Caetani presso la “Fondazione Camillo Caetani di Roma”
(luglio-Settembre 1587 in “Corrispondenze Varie”). |