PRIMO PIANO
INCANTI DI TERRE LONTANE
Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra otto e novecento
Francesco Hayez
Ruth, 1853 Olio su tela, 138 x 100 cm
Bologna, Collezioni Comunali d'Arte
All’inizio fu l’Oriente vicino, l’esotismo e la seduzione
degli hammam e degli harem, le palme, i minareti ma anche i
deserti popolati di beduini e cammelli, o i colori delle
città del Magreb. Poi lo sguardo degli artisti migrò ancora
più ad Oriente, verso quelle culture e quelle atmosfere
dell'estremo oriente altrettanto esotiche e forse ancora più
incantevoli. Ed è su questo lontano Oriente, lo stesso che
diviene popolare grazie ai romanzi d’avventura popolati da
tigri o dal fumo conturbante dell’oppio, lo stesso che
ammaliò tutta Europa grazie alle delicate armonie dei
racconti e delle incisioni giapponesi, che si sofferma la
grande mostra che Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, promuove
con il titolo “INCANTI DI TERRE LONTANE. HAYEZ, FONTANESI e
la pittura italiana tra otto e novecento”. Un titolo
articolato per dar conto delle diverse anime che danno vita
a questa affascinante esposizione. I due protagonisti
innanzitutto, Hayez e Fontanesi. L’Oriente del primo è
quello vicino, mediterraneo, non direttamente vissuto ma
sapientemente evocato. Quello del secondo, invece, è
l’Oriente estremo, o almeno un lembo di esso, il lontano
Giappone, regno che lo ospitò a lungo, onorandolo, e che lui
a sua volta volle onorare.
Intorno ai due, i molti altri che lungo gran parte di questo
secolo, l’Ottocento appunto, hanno descritto gli incanti, le
malie di terre ai più ignote e per questo ancora più
affascinanti. Un centinaio di opere degli Orientalisti
italiani, con molte novità. A partire dalla presenza,
straordinaria di alcuni dei più importanti dipinti di
Francesco Hayez. A Palazzo Magnani si potranno infatti
ammirare l’Odalisca della Pinacoteca di Brera, la Ruth delle
Collezioni Comunali di Bologna e Un’odalisca alla finestra
di un Harem di una nota collezione privata.La mostra dà
conto della ventata d'Oriente che suggestionò la pittura
italiana nel secondo '800 riconoscendo come punto d'avvio,
non unico ma certo particolarmente importante, Francesco
Hayez. Da Parma, prima Alberto Pasini e poi Roberto
Guastalla, il "Pellegrino del sole", percorsero carovaniere
e città per raccontare questi altri mondi. Il secondo lo
fece portandosi dietro, oltre a tavolozza, cavalletto e
pennelli, anche uno strumento nuovo, la macchina
fotografica.
Augusto Valli
Semiramide morente sulla tomba di Nino
1893 Olio su tela, 150 x 200 cm Modena
Da Firenze parti alla volta dell'Egitto Stefano Ussi che
subito dopo l'apertura del Canale di Suez, lavorò per il
Pascià prima di trasferirsi in Marocco. Al fascino
della scoperta che si fa suggestiva visione di mondi "altri"
soggiacquero Eugenio Zampighi, Pompeo Mariani, Augusto
Valli, Giulio Viotti, Achille Glisenti, Giuseppe Molteni, a
conferma della trasversalità e del dilagare in tutta la
penisola di un’affascinante attrazione. Dall'Orientalismo
non sfuggì certo il Mezzogiorno d'Italia. Ne fu
testimonianza, a Napoli, Domenico Morelli che, senza mai
aver messo piede nei territori d'oltremare, descrisse
magistralmente velate odalische, figure di arabi, mistiche
atmosfere di preghiere a Maometto. Visioni esotiche soffuse
di raffinato erotismo si ritrovano anche negli olii
scenografici di Fabio Fabbi, del siciliano Ettore Cercone e
del pugliese Francesco Netti. Quest’ultimo in particolare,
di ritorno da un viaggio in Turchia, si dedicò alla
produzione di opere orientaliste di tono intimista, come per
esempio Le ricamatrici levantine, venate dallo stesso “garbo
mediterraneo”, presente nelle odalische di Morelli. Una
attenzione peculiare la mostra riserva, anche per ragioni di
nascita reggiana, a Antonio Fontanesi. Egli, tra il 1876 e
il 1878, venne chiamato, insieme al altri artisti italiani,
ad insegnare alla neo-fondata Accademia di Belle Arti d
Tokyo, restituendo immagini disegnate e dipinte del Giappone
interpretate dal suo squisito linguaggio lirico. Nella ricca
produzione pittorica di questo artista le opere di soggetto
orientale non sono che poche unità: tre dipinti, tra cui uno
non ultimato e alcuni disegni a matita. Preziose e rare
testimonianze raccolte per la prima volta in una mostra.
Diversa critica ha voluto, nel tempo, attribuire
all'esperienza in Giappone di Fontanesi uno scarso valore in
termini di ricaduta sulle sue modalità espressive e
stilistiche e per certi versi ciò corrisponde a verità. Ma
un altro aspetto va sicuramente sottolineato. Nessun pittore
dell'Ottocento europeo ha mostrato di possedere meglio di
Fontanesi una intensa consonanza con alcuni elementi della
poetica e dell'estetica orientale, giapponese nello
specifico, per quanto attiene, ad esempio,
all'interpretazione del rapporto uomo/natura e a una visione
profonda del mondo. Questa affinità elettiva tra
Fontanesi e l'Oriente, sebbene forse non del tutto meditata
e consapevole, emerge in modo evidente se si analizza la
vicenda artistica del pittore dalla sua formazione alla
maturità, con uno sguardo attendo alla sua esperienza in
Giappone. Un soggiorno che lo vide protagonista nella Tokyo
del periodo Meiji che mostrava una crescente apertura nei
confronti dell'Occidente, proprio nel momento in cui in
Europa si poteva assistere all'ampia diffusione in arte del
gusto “orientalista” in particolare in pittura. L'attenzione
dell'arte italiana per lo stile e le atmosfere
naturalistiche estremo orientali era, sul finire del secolo,
davvero notevole. Si innestava sulla “moda” del giapponismo
che ha affascinato nel corso dell'Ottocento tutta Europa
grazie in particolare alla diffusione delle raffinate stampe
giapponesi ukiyo-e di artisti quali Utamaro, Hiroshige e
Hokusai, che vengono avidamente collezionate da
intellettuali, mercanti d'arte e, naturalmente, artisti. Ma
i contatti tra l'arte italiana con l'estremo oriente saranno
nella seconda metà dell'Ottocento più articolati e profondi,
grazie alla progressiva apertura commerciale e politica di
questi paesi verso l'Occidente. Molti artisti italiani
compirono viaggi di lavoro, chiamati dai governi locali a
portare la loro arte in quelle “remote contrade” e ebbero
modo di comprenderne a fondo la cultura, i valori
coloristici e le atmosfere che restituiranno in modo intenso
nei loro schizzi e dipinti, con una capacità di penetrazione
e racconto molto lontane dall'approccio “in stile” che aveva
caratterizzato la moda europea. Così Fontanesi in
Giappone. Così Galileo Chini, nel favoloso Siam dove si recò
insieme all’architetto torinese Annibale Rigotti, tra il
1911 e il 1914, per partecipare alla fastosa decorazione del
Palazzo del Trono a Bangkok. E con Chini, Salvino Tafanari
che con lui aveva già lavorato a Firenze e che qui venne
incantato dalla flessuose danzatrici dell’isola di Giava,
esempio fra i molti di artisti italiani stregati dal mal
d’Oriente, malia che trasmisero in patria, in una
meravigliosa contaminazione di cui la mostra reggiana è
superba testimonianza.
Scheda tecnica dell'evento
Titolo evento: INCANTI DI TERRE LONTANE. Hayez, Fontanesi e la pittura italiana tra otto e novecento Luogo: Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi, 29/31) Periodo: Dal 4 febbraio al 29 aprile 2012 Informazioni: +39 0522 454437/0522 444446Sito-Web: www.palazzomagnani.itE-mail: info@palazzomagnani.itPittura&dintorni cresce anche grazie al tuo contributo!






