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STILE arte
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LA GATTA SUL QUADRO CHE SCOTTA
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[Articolo della rivista STILE arte n. 130] |
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Una tela di Federico Barocci rovinata dall’intenso
calore e a lungo
dimenticata nei magazzini degli Uffizi racchiude un
segreto, che
sembra affidato all’enigmatico sguardo della micetta
raffigurata al
centro del dipinto. Chi si nasconde dietro i volti di
Gesù Bambino e di
una Madonna giovanissima? A giudizio di Antonio Natali,
il figlio avuto
in tarda età da Francesco Maria Della Rovere e la
quattordicenne
cugina che il duca di Urbino sposò in seconde nozze. |
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La micetta raffigurata al centro di un quadro di
Federico Barocci - quadro tradizionalmente conosciuto
proprio come la Madonna della gatta - sembra custodire
nelle profondità del suo inafferrabile sguardo di felino
un segreto, ed un segreto non da poco. Dietro i volti di
un assonnato Gesù Bambino e di una Madonna ragazzina,
infatti, si nascondono in realtà due altri personaggi.
Ma chi sono?
A suggerire una soluzione dell’enigma è Antonio Natali,
in un saggio per la monografia Federico Barocci
1535-1612, pubblicata da Silvana Editoriale in occasione
della recente mostra dedicata al pittore marchigiano: di
colui cioè che, per dirla con Antonio Paolucci, è stato
“l’alfiere più intelligente e più sensibile dell’arte
della Controriforma che apre la strada a Caravaggio e
alla Modernità”.
La Madonna della gatta giunge a noi dopo tribolate
vicende. L’eccessivo calore a cui era stata sottoposta
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passato durante una sciaguratissima rifoderatura aveva
gravemente danneggiato la tela, rendendola pressoché
illeggibile. Il dipinto era finito nei depositi degli Uffizi,
dove era rimasto a lungo, dimenticato. A riportarlo alla luce, e
alla vita, un provvidenziale e riuscito restauro, concluso nel
2003.
Gli storici hanno sempre sostenuto che l’opera, eseguita su
commissione dei Della Rovere, dovesse essere datata al 1598,
anno in cui papa Clemente VIII fu ospite del ducato d’Urbino.
Ciò perché in un inventario di poco successivo v’è la citazione
di “quadri uno grande di mano del Baroccio, della Visitazione di
S. Elisabetta, con cornici grandi dorate, bandinella grande: fu
fatto per la Cappella di papa Clemente quando passò”.
Nel soggetto della tela si può cogliere in effetti un nesso con
l’evento che sarebbe stato celebrato dalla tela medesima, ossia
la visita del pontefice. “Ma qui si tratta d’una visitazione
d’Elisabetta a Maria - osserva Natali, - tema non ricavato dai
Vangeli, dove si tramanda, sì, la memoria d’un loro incontro, ma
in stato di gravidanza, e poi a ruoli invertiti: con Maria,
cioè, che va a trovare Elisabetta. Da nessuna parte, nei Vangeli
canonici, si ragiona d’una restituzione della visita. Perché
allora questa scelta? Non sarà che la storia dipinta intende
evocare qualcosa di diverso rispetto al transito urbinate del
pontefice? Proprio perché inusuale come soggetto, non si potrà
allora ipotizzare che la sua irritualità aspiri a sottolineare
un accadimento che altrimenti avrebbe rischiato di non essere
compreso? Si converrà che, se una visitazione canonica prospetta
meditazioni sull’incarnazione del Verbo, una visitazione dopo il
parto (qual è quella di Elisabetta, che spinge il figliolo ad
interpretare fin da subito il suo ruolo d’ultimo profeta al
cospetto del cugino appena nato) ribadisca semmai i significati
di quella nascita; oppure, per conseguenza, adombri le allusioni
ad un’altra nascita...
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[Testi e immagini autorizzate da STILE
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